Massimo Franzin, comasco, classe 1978, laurea in infermieristica all’Università degli Studi dell’Insubria e in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche presso l’Università del Piemonte Orientale è infermiere di area critica presso l’Ospedale Sant’Anna di Como (ASST Lariana) e infermiere di pratica avanzata presso l’AREU (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza) Lombardia. Coordinatore infermieristico durante l’emergenza migranti a Como. Da sempre Volontario della Croce Rossa Italiana ed infermiere istruttore del Corpo Militare Volontario CRI. Già ViceDirettore e Caporedattore della rivista scientifica Agorà, è Vice Direttore e Caporedattore del network SOS Emergenza.  Dal 2019 riveste l’incarico di Presidente del Club per l’UNESCO di Como. A lui abbiamo chiesto una testimonianza su questo secondo Natale in epoca di pandemia…

Quello che ci stiamo accingendo a festeggiare è il secondo Natale dall’inizio dell’emergenza sanitaria che ha visto, in modo del tutto inaspettato e repentino, stravolgere le nostre vite. In questi ultimi due anni si è sentito spesso parlare di resistenza, di costanza e di resilienza. In qualche modo questi concetti hanno aiutato la gente comune a “combattere”, tirando fuori la grinta e la forza necessarie a superare un periodo tanto buio. I canti di libertà urlati a squarciagola dalle finestre di casa, sembravano quelli di una resistenza popolare che non si vedeva da tempo nel nostro Paese. Tuttavia, una volta passato l’entusiasmo iniziale, quei termini che, in principio, parevano la panacea di tutti i mali, allo stato attuale sembrano quasi obsoleti, inflazionati, in qualche modo stonati. Si sentono e si leggono ovunque e comunque. A cosa è servito combattere, resistere ed essere resilienti? In molti, compreso il sottoscritto, si pongono questa domanda. Ci si sente illusi, sopraffatti, beffati. Il virus è ancora lì col suo sguardo di sfida ad intaccare le nostre certezze. Quanto ancora dovrà durare questo stato emergenziale? Per quanto tempo dovremo sopportare questa precarietà? “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” direbbe Ungaretti. Soprattutto medici ed infermieri si sentono così: quasi come soldati al fronte. Gli infermieri, in particolare, per l’inevitabile vicinanza al paziente che il proprio ruolo impone, ha fatto i conti con un peso psicologico costante e logorante e con numerose perdite. Quasi come in un presagio o in uno strano scherzo del destino, nel 2020, anno che l’OMS aveva dedicato già “in tempi non sospetti” all’Infermiere, quest’ultimo si è ritrovato protagonista, insieme a tutti i professionisti sanitari, di un’emergenza globale. E come sempre ha accolto la scommessa e, sfidando il tempo, la sorte, l’incertezza, le difficoltà, non si è tirato indietro. Gli infermieri hanno lottato, combattuto, sofferto accanto al mondo intero. La più grande cosa dell’universo, dice un certo filosofo, è un brav’uomo che lotta contro l’avversità; e tuttavia ce n’è una ancora più grande, ed è il brav’uomo che viene in suo soccorso. (Oliver Goldsmith). Abbiamo vissuto le prime settimane della prima ondata pandemica, quando tutto sembrava andare a rotoli, quando solo una piccola area della Lombardia era in Zona Rossa (entro poche settimane lo sarebbe diventato tutto il Paese), quando era davvero difficile reperire anche le più elementari informazioni. E’ passato tanto tempo da quelle settimane, ma il ricordo è ancora vivo. Durante quell’esperienza molti di noi hanno soccorso ed assistito direttamente le prime vittime di Covid19 nella prima Zona Rossa (Cremona, Lodi, Codogno, Crema, Pavia).

L’accoglienza dei colleghi del 118 AAT di Cremona e dell’Ospedale Maggiore di Cremona è stata impressionante e stupefacente. Stanchi, ma sempre col sorriso in tasca. Esausti, ma tenaci, combattivi, uniti e solidali. Il mondo in ginocchio sorretto dal personale sanitario con enorme spirito di sacrificio e grandissima professionalità. Ricorderò per sempre, i reparti di rianimazione pieni di pazienti intubati e proni, con gli operatori bardati da testa a piedi, irriconoscibili, ma che riuscivano comunque a sorridere con gli occhi. Occhi lucidi, pieni di speranza, ma anche di dolore. L’amarezza più grossa era spesso data da quei pazienti che salutavi il giorno prima cercando di incoraggiare durante il trasporto in ospedale ed il giorno seguente, intubati e instabili eri costretto a trasportare negli altri ospedali lombardi (capitava spessissimo purtroppo). Questa situazione   con l’arrivo delle successive ondate pandemiche ed il perdurare dell’emergenza sanitaria è di fatto diventata la normalità. All’inizio no, all’inizio era quasi inaccettabile. Delle prime ondate pandemiche ricorderò per sempre anche la grande generosità dei commercianti, che hanno mostrato tantissima riconoscenza nei nostri confronti: quasi ogni sera ci portavano cibi e bevande, nonostante la crisi che li aveva colpiti in seguito al lockdown. Attestazioni di stima e affetto provenienti da tutto il Paese che ci hanno dato tanta energia vitale e spronato a dare il meglio.

La svolta dei vaccini Covid19 si è rivelata determinante e tra i primi ad avere l’onore di essere vaccinati siamo stati, insieme ai pazienti vulnerabili, noi operatori sanitari. E’ stato di fatto il periodo più fitto di speranza perché abbiamo potuto, da quel momento, guardare al futuro con meno paura. Iniziata la campagna vaccinale più grande della storia, ci siamo messi a disposizione per vaccinare contro il Covid19 in tutti i contesti, anche nel primo HUB vaccinale d’Italia – quello per somministrare il siero ai Soccorritori Volontari di AREU Lombardia – organizzato da Regione Lombardia nei locali Fiera Milano City. E’ stata per me una grande emozione poter vaccinare centinaia di soccorritori; l’ho fatto con orgoglio ed è stato davvero gratificante perché in molti di loro ho percepito una sincera gratitudine. Finalmente, dopo quasi un anno di disperazione, forse si poteva cambiare rotta.  Un’altra bellissima opportunità mi è stata data dalla azienda per cui lavoro, l’ASST Lariana che mi ha permesso di operare come infermiere negli HUB vaccinali comaschi. Ho vaccinato e continuo a vaccinare moltissime persone e questo mi dà molta soddisfazione e mi riempie di orgoglio. Un’altra indimenticabile esperienza è stata quella fatta presso l’ambulatorio attendato della Croce Rossa Italiana- Comitato Nazionale, allestita presso la Stazione Centrale di Milano, dove insieme a militari e Volontari della CRI e alle Crocerossine, abbiamo potuto effettuare centinaia di migliaia di tamponi rapidi COVID19 ai passeggeri in transito.

Questo che sta per arrivare sarà il secondo Natale festeggiato durante l’emergenza COVID19, una ricorrenza completamente diversa da quella passata l’anno scorso, sebbene la situazione richieda sempre il massimo dell’attenzione, perché la pandemia è ancora in corso e tanto dobbiamo fare per arginare la diffusione del virus e delle sue varianti. Ora abbiamo un’arma importantissima ed efficace per combattere contro questo virus: il vaccino. Dobbiamo stare attenti e mantenere le misure di contenimento del virus oramai note, ma potremo anche  trascorrere il tempo, il dono più prezioso che abbiamo, con i nostri cari. Questo non ha prezzo. La guerra non è vinta del tutto, ma noi in qualche modo abbiamo vinto, riappropriandoci a piccoli passi della nostra vita.