Alle 20.30 di martedì  15 settembre, nel sesto anniversario della morte del Servo di Dio don Roberto Malgesini, la preghiera della diocesi di Como si è raccolta contemporaneamente nei due luoghi che più profondamente raccontano la sua vicenda: a Regoledo di Cosio, il paese natale dove don Roberto è cresciuto nella fede, e a Como, dove ha svolto il suo ministero accanto alle persone più fragili e dove è stato ucciso. Due celebrazioni unite nel ricordo e nella preghiera: a Regoledo la Messa è stata celebrata dal vicario generale monsignor Ivan Salvadori, che ha dato voce all’omelia preparata dal cardinale Oscar Cantoni; a Como, nella chiesa di San Rocco, la celebrazione è stata seguita dalla processione con le fiaccole fino a San Bartolomeo.

REGOLEDO – «Imparare da don Roberto l’arte del dono di noi stessi»

A Regoledo di Cosio, paese natale di don Roberto Malgesini, nel sesto anniversario della sua morte, è stata celebrata la Messa in contemporanea con quella di Como. Il cardinale Oscar Cantoni, ricoverato al Valduce, non ha potuto presiedere la celebrazione: la sua omelia è stata letta dal vicario generale, monsignor Ivan Salvadori. Il cardinale parte proprio dalle radici di don Roberto. «Qui, in questa terra, nella sua famiglia, all’interno della vostra comunità parrocchiale, don Roberto ha imparato i primi rudimenti della fede, ha appreso a conoscere il Signore Gesù e il suo vangelo e quindi ha deciso di seguirlo». Per la comunità di Regoledo, si legge nel testo di Cantoni, il ricordo del sacerdote diventa anche una responsabilità: «continuare a vivere da cristiani, così da trasmettere questo incomparabile dono alle generazioni future».

Il lascito di don Roberto, però, va oltre la sua terra d’origine. «Molte comunità nella nostra diocesi, ma anche altrove, oggi ricordano don Roberto, sperimentano viva la sua presenza e gli chiedono di insegnare loro a vivere il suo stesso stile di vicinanza, di compassione e di tenerezza». Sono atteggiamenti, sottolinea il Vescovo, che non nascono spontaneamente, ma «sono piuttosto il frutto maturo di una piena immersione in Dio», riconosciuto come Padre buono e misericordioso e incontrato nella vicinanza di Gesù ai piccoli e ai poveri. Da questa relazione con Dio nasce la capacità di donarsi. «Nessuno si improvvisa capace di dono, di solidarietà con tutti, in piena gratuità», scrive Cantoni. È la grazia, alimentata dalla preghiera, a trasformare la persona e renderla capace di vivere questa dimensione.

Qui la testimonianza di don Roberto si lega a quella di Cristo: «Come Gesù si è abbandonato con fiducia alla volontà del Padre, accettando di testimoniare mediante la croce l’amore di Dio per l’uomo, così don Roberto ha accettato di annunciare l’amore di Dio ai poveri e ai diseredati attraverso il libero e totale dono di sé». La conclusione è un invito a raccogliere questa eredità: «Possiamo imparare anche noi dal sacrificio pasquale di don Roberto l’arte del dono di noi stessi, mettendoci tutti alla sua scuola». Una testimonianza che, secondo il cardinale, può aiutare a comprendere «cosa significa credere in Dio» e a interrogarsi sul modello di società da costruire «seguendo Gesù, a servizio della umanità».

 COMO – «Stare presso la croce»: la preghiera, l’ascolto e la mitezza di don Roberto

C’è un’espressione che attraversa l’omelia di don Enzo Ravelli, parroco della comunità pastorale Scalabrini e delegato episcopale per il processo di beatificazione di don Malgesini, nella Messa di suffragio celebrata martedì sera nella chiesa di San Rocco, a Como, pienissima, a sei anni dalla morte di don Roberto Malgesini: “stare presso la croce”. È l’immagine evangelica di Maria ai piedi della croce di Gesù, ma anche, nella lettura proposta dal sacerdote, una chiave per comprendere la vita e la testimonianza di don Roberto. Il riferimento è anzitutto al rapporto con Dio. «Il segreto della vita del Signore Gesù è consistito nel pieno abbandono alla volontà del Padre», ha ricordato don Enzo. Ed è proprio l’abbandono fiducioso a Dio a emergere nei tanti ricordi di chi ha conosciuto don Roberto nei diversi luoghi della sua vita, da Regoledo a Como.

«Quando si parla con chi ha conosciuto don Roberto a Regoledo, a Gravedona, a Lipomo, a Como, spesso si arriva a parlare della sua preghiera», ha osservato don Enzo, richiamando immagini concrete: «C’è chi si ricorda don Roberto sotto un albero al campo estivo con il suo breviario in mano. C’è chi si ricorda don Roberto mentre condivide le lodi del mattino qui in cappellina, a San Rocco, prima delle colazioni. C’è chi si porta in cuore lo sguardo di don Roberto mentre celebra l’Eucaristia».

Ricordi che, pur senza poter raccontare fino in fondo ciò che accadeva nel cuore del sacerdote, «in qualche modo ci aiutano a comprendere il mistero della figliolanza, che è il mistero appunto dell’abbandono in Dio». Per don Enzo, questa dimensione non può essere separata dal dono della vita: «Non si può donare la propria vita nel quotidiano o nel sangue, senza una radicale fiducia che la propria vita è custodita nelle mani di Dio». E a questa fiducia, ha aggiunto, «non si perviene se non con una preghiera calma e costante». Ma stare presso la croce, nella vita di don Roberto, ha significato anche ascoltare il dolore degli altri. Il sacerdote lo ha descritto attraverso alcune delle persone incontrate lungo il cammino: «una mamma per la sorte di un figlio psichiatrico, le malinconie di una commerciante di via Milano o di un medico del Sant’Anna, i dolori di un padre che aveva rovinato la sua famiglia, gli sfoghi e le domande di un adolescente». È questo il modo concreto con cui don Roberto è stato «presso la croce nella vita»: «ha preso la forma dell’ascolto silenzioso dei dolori delle persone che incontrava sulla sua strada».

Infine, la mitezza, letta alla luce della beatitudine evangelica. «Don Roberto ha cercato di sostare presso la croce del Signore Gesù vivendo l’evangelica beatitudine della mitezza», ha detto don Enzo. Una mitezza tutt’altro che debole: «Bisogna essere forti e assai perseveranti per avere il coraggio di essere miti, di non imporsi con la forza, di abbandonare la nostra inclinazione al dominio». Al termine della Messa, l’invito è diventato preghiera: «Chiediamo il dono di abbandonarci a Dio nostro Padre per avere la forza di stare accanto alla croce del Signore Gesù che in molti modi si rende presente nelle nostre vite». Clicca qui per riascoltare le parole di don Enzo nella Messa di suffragio per don Malgesini.