Mentre cresce la mobilitazione per Gaza la nostra mente torna al 1992-1993 e alle affinità con le iniziative degli attivisti durante l’assedio di Sarajevo e, in particolare, la Marcia del 1992 promossa da don Tonino Bello. Con loro anche un gruppo di comaschi guidati da don Renzo Scapolo.
Di seguito riproponiamo un articolo pubblicato il 19 dicembre 1992.
Dal 7 al 13 dicembre circa 400 italiani e un centinaio di stranieri hanno marciato verso la capitale della Bosnia – Herzegovina, Sarajevo. Ispiratori dell’iniziativa due vescovi, mons. Bettazzi e mons. Bello, anch’essi presenti insieme ad alcuni sacerdoti.
Sotto il tiro incrociato delle granate serbe e croate i 1500 pacifisti hanno compiuto un gesto sicuramente fuori dagli schemi tradizionali di una società che usa la violenza e il dominio sull’altro per la risoluzione dei problemi.
«La nonviolenza — commentava padre Angelo Cavagna portavoce del movimento “Beati i costruttori di Pace” che ha organizzato la marcia — non è passività, ma pagare di persona, intervenendo in un conflitto, ponendosi nel mezzo delle due parti contrastanti per dimostrare che è possibile il dialogo».
Tra i marciatori c’era anche lui, il prete che a Como ha dato il via e sostiene la catena di solidarietà per i profughi dell’isola croata di Hvar: don Renzo Scapolo. Lo abbiamo incontrato subito di ritorno da Sarajevo per farci raccontare la sua avventura.«Degli esercitatori esperti — ci dice don Renzo — prima di partire hanno insegnato come evitare una granata, soccorrere i feriti, vincere il panico, fuggire dalle mille trappole che si possono incontrare in un combattimento. Insomma ci siamo preparati per andare in prima linea, divisi in piccoli gruppi da 15 persone, composti col criterio della proporzione territoriale e della competenza professionale».
«Giunti ad Ancona abbiamo preso la prima difficile decisione. Le notizie parlavano di inasprimento della battaglia a Sarajevo. La scelta è stata di partire comunque decidendo di volta in volta l’opportunità o meno di continuare. A Spalato ci hanno accolti don Josko, il console italiano e il capo della Polizia. Il loro consiglio era unanime: buona fortuna, ma non riuscirete ad entrare in Sarajevo». Siamo partiti con 10 pullman. Per strade tortuose e secondarie siamo giunti a 30 km dalla capitale. Dalla sera del giovedì a quella del sabato vi sono state estenuanti trattative con i serbi che non davano il permesso di superare il loro posto di blocco. Dieci di noi hanno passato due giorni interi al loro comando, si sono fatti ospitare, hanno mangiato e scherzato insieme. Alla fine la notizia più attesa: potevamo passare».
«Alle 18 di sabato 12 entravamo in Sarajevo, senza la scorta dell’Onu che se ne era andata mezz’ora prima.
È stato impressionante vedere quella città fantasma. Il più grande campo di concentramento della storia. Dove vivono quasi 300 mila persone bersagliate giorno e notte da cecchini nascosti. Senza acqua e cibo quella gente vive nelle cantine, lottando ogni giorno per sopravvivere. Ma ci aspettavano e ci hanno fatto festa. Ho stretto molte mani, ho visto tanta gente piangere, condividere con noi le parole di pace, ma inneggiare anche ad una vittoria quasi impossibile, perché ormai Sarajevo non esiste più. La domenica, dopo aver dormito in alcune palestre, ci siamo divisi in quattro gruppi. Alcuni si sono recati alla moschea, altri alla chiesa ortodossa, altri in cattedrale e altri presso la sinagoga. Il ritrovo coi quattro capi religiosi è stato in un cinema bombardato. Abbiamo consegnato loro 34 milioni, i nostri risparmi, il cibo in più che avevamo portato e 30 mila firme che sottoscrivono l’appello per la marcia, con i disegni fatti dai bambini italiani».
«Alle 14 della domenica siamo ripartiti in grande furia. I bombardamenti stavano aumentando. Il segnale che il nostro tempo a disposizione era scaduto. Durante la nostra permanenza gli scontri sono stati meno violenti e i cecchini avevano l’ordine di colpire il minimo indispensabile. E se qualcuno osasse tornaci? Chi ha partecipato sapeva bene di non poter realizzare nessun obiettivo immediato. È stato come passare un fiume limaccioso pieno di pescecani. Il primo attraversamento è avvenuto con una tenue fune. A questa ne seguirono altre e poi ancora. Sulle funi si adageranno le passerelle e alla fine verrà costruito un ponte. Un capo serbo ci ha detto che era la prima volta che alcuni italiani parlavano con loro».
«Ora vogliamo organizzare un incontro nazionale. Il nostro gruppo ha a disposizione una videocassetta. Abbiamo molta documentazione e 10 posters di Sarajevo che denunciano a gran voce l’urbicidio».
«Ci rimane addosso il tormento di quella gente presa di mira giorno e notte da armi superautomatiche di fronte all’indifferenza e alla disinformazione dei vicini popoli europei».
Marco Fumagalli
da Il Settimanale del 19 dicembre 1992










