La riflessione di don Roberto Seregni è tratta dal numero di Natale de il Settimanale. Nello stesso numero anche i testi di don Filippo Macchi e don Angelo Innocenti dal Mozambico [acquista una copia]
In queste settimane di Avvento e di preparazione al Natale, la vita della parrocchia corre veloce. Qui, nella parrocchia di San Pedro, dopo il trasferimento di uno dei collaboratori, siamo rimasti in due sacerdoti a servire una parrocchia di circa 90 mila abitanti, con più di venti comunità sparse nel territorio. È una sfida grande, soprattutto in questo periodo dell’anno, quando si moltiplicano incontri, gruppi, celebrazioni.

Stiamo cercando di raggiungere tutte le comunità per vivere insieme la novena. Non riusciamo ad arrivare dappertutto, ma per fortuna ci sono ministri straordinari, papà, mamme, laici ben preparati che accompagnano i vari quartieri, portando ovunque l’allegria del Natale. Un’allegria che nasce dall’annuncio della presenza di Dio nella storia.
NASCERE TRA LA POLVERE
Eppure, accanto a questa gioia, nelle comunità dove riesco ad andare personalmente, sento forte anche un’altra dimensione del Natale, che nasce dalla contemplazione del presepe. Di solito, davanti al presepe, siamo colpiti dalla tenerezza di Dio: il Verbo che si fa carne, che si fa bambino, che entra nella storia. Spesso però questa immagine è accompagnata da rappresentazioni un po’ bucoliche, presepi belli, ordinati, quasi idilliaci.

Qualche settimana fa, invece, sono rimasto profondamente colpito da un presepe visto in una casa qui a Lima. Non sono riuscito a fotografarlo, ma l’immagine mi è rimasta dentro. Era un presepe molto semplice: la nascita di Gesù collocata su una di quelle montagnette sabbiose che circondano la periferia della città, simili a dune, dove la gente costruisce le proprie case con legno, mattoni di fango, materiali di fortuna. Sono le zone delle cosiddette “invasioni”, quartieri dove mancano l’acqua, la luce, l’assistenza sanitaria, i servizi essenziali. In mezzo a quelle casette, una capanna indicava il luogo dove nasceva il bambino Gesù.
LA “FOLLIA” DI DIO
Quell’immagine mi ha fatto riflettere molto. Da una parte, sulla capacità della gente di riconoscere un Cristo davvero incarnato, che entra nella nostra storia così com’è, segnata da povertà, fragilità, mancanze. Dall’altra, su un aspetto forse meno considerato del presepe: il fatto che esso celebri l’inizio della “follia” di Dio, l’inizio della pazzia del suo amore.
Un Dio creatore dell’universo, che tiene nelle sue mani la storia intera, sceglie di nascere in una stalla. Questa follia inizia con l’incarnazione, con la nascita di Gesù, e si compie pienamente sulla croce. Dalla culla alla croce: è un’unica storia di amore che si abbassa fino in fondo.
È un’immagine che mi accompagna in questi giorni, visitando le diverse comunità della parrocchia e incontrando famiglie duramente provate dalla malattia, dalla morte, da situazioni di grande sofferenza. In mezzo a tutto questo, colpisce la capacità della gente di resistere, di sperare, di aggrapparsi alla vita e a Dio. È un’esperienza davvero forte.
Ecco allora l’immagine centrale che vorrei condividere: contemplare il presepe come il punto di partenza della follia dell’amore di Dio. Un amore “pazzo” che entra nella storia dal punto più basso, perché nessuno si senta escluso. Un Dio che nasce nelle periferie, nelle stalle, nelle “invasioni” della nostra umanità.
Forse è questa una chiave bella e suggestiva per vivere il Natale: fermarsi davanti al presepe e lasciarsi interrogare da questo amore che si abbassa, che sceglie l’ultimo posto, per dire a ciascuno che lì, proprio lì, Dio è già arrivato.
ROBERTO SEREGNI
fidei donum in Perù










