C’è una sofferenza silenziosa che attraversa la Valchiavenna (So) e che spesso rimane nascosta tra le pieghe della quotidianità. È quella legata al gioco d’azzardo, un fenomeno diffuso anche nei piccoli centri, dove però parlarne è ancora difficile. Da questo bisogno nasce il nuovo spazio di ascolto promosso a Chiavenna grazie all’impegno di don Federico Pedrana, prete diocesano che vive il carisma dell’Associazione Papa Giovanni XXiii, insieme all’associazione Amici della Capanna di Prata ODV.

La Capanna di Prata
Il progetto prenderà ufficialmente avvio dal 1° marzo e offrirà non solo uno sportello dedicato ai giocatori compulsivi, ma anche un gruppo di auto mutuo aiuto pensato per i familiari, spesso i primi a portare il peso di una dipendenza che coinvolge tutta la famiglia. In una realtà piccola come quella della Valchiavenna, dove ogni anno si sfiorano i 30 milioni di euro spesi nel gioco, creare luoghi protetti in cui raccontarsi diventa una scelta pastorale e sociale insieme. Accanto allo sportello prenderà forma anche un gruppo di auto mutuo aiuto rivolto ai familiari dei giocatori. «Sono loro — spiega — a chiedere strumenti per portare il peso e la fatica di questa situazione». Nel gruppo saranno presenti una psicologa e un’educatrice: la parola condivisa diventa così uno strumento per dare voce alla sofferenza e iniziare a trasformarla.

don Federico Pedrana
Così don Federico spiega perché è stato attivato questo servizio.
Dal suo osservatorio privilegiato, don Federico racconta anche il volto più nascosto dell’azzardo: quello della solitudine. «Dietro c’è spesso una grande solitudine. Nei più giovani c’è la fatica di portare le proprie ferite e di sentirsi compresi dagli adulti. In una valle piccola pesa molto la paura del giudizio e dell’etichetta». Se molti giocatori compulsivi appartengono alla popolazione più anziana, cresce infatti la presenza di giovani adulti tra i 25 e i 35 anni, segno di un disagio che attraversa generazioni diverse.
Il progetto non si limita all’ascolto individuale, ma guarda anche alla prevenzione. In questi mesi sono iniziati incontri nelle scuole, dove emergono ragazzi consapevoli dei rischi ma allo stesso tempo affascinati dal mondo del gioco. Un lavoro lento, fatto di relazioni e di presenza sul territorio, reso possibile anche grazie alla collaborazione delle istituzioni locali: la Comunità montana ha messo a disposizione alcuni spazi per ospitare l’iniziativa. Chi si avvicina allo sportello, racconta ancora don Federico, spesso inizia già a stare meglio semplicemente trovando qualcuno disposto ad ascoltare. «Non è facile uscirne, perché l’azzardo può diventare una dipendenza come l’alcol o la droga. Ma vogliamo continuare a sensibilizzare e offrire un’opportunità in più per ripartire». Un piccolo seme piantato nel cuore della comunità, che prova a trasformare il silenzio in parola e la fragilità in cammino condiviso.











