Piercarlo Redaelli, per tutti “Geda”, è scomparso all’età di 70 anni lasciando un’intera comunità nello sconforto. Un uomo che ha deciso di mettersi al servizio del prossimo in diversi ambienti del sociale. Tra questi anche l’Azione Cattolica diocesana per cui, per tanti anni, ha fatto il cuoco ai campi Acr, Giovanissimi e Giovani. Come racconta Greta Frigerio in questo ricordo.
Se penso a Geda, mi viene naturale pensare ai campi giovanissimi diocesani dell’Azione Cattolica; per tanti anni è stato lui, insieme alla sua inseparabile Giudi, ad accompagnare come cuoco questo appuntamento estivo tanto atteso da ragazzi ed educatori. Lo rivedo nella sua cucina, che era un po’ il cuore nascosto dei campi. Mentre noi correvamo tra attività, riflessioni e giochi, lui era lì a preparare da mangiare per tutti, a controllare che non mancasse nulla e, alla fine dei pasti, a fare il lavoro più faticoso e meno visibile: lavare le grandi pentole. Per molti ragazzi, la cucina di Geda era un rifugio. C’era chi sgattaiolava via durante le riflessioni per raccontargli qualcosa, chiedergli un pezzo di pane e nutella o semplicemente stare un po’ con lui. E che risate durante i turni in cucina quando, all’insaputa degli educatori, premiava i giovanissimi con il caffè. Insomma, quando non si trovava qualche ragazzo c’erano buone probabilità che fosse proprio in cucina! Magari Geda brontolava per scherzo, faceva finta di rispedire tutti al proprio posto, ma era evidente quanto fosse felice di quella compagnia. E poi c’erano i suoi piatti, che sono rimasti nella memoria di generazioni di campisti: la pasta e ceci, la polenta con gli involtini, la pizza e tutte quelle cose buone che preparava in una quantità che sembrava inesauribile: nessuno rischiava mai di rimanere a stomaco vuoto con Geda nei paraggi! Tra i ricordi che ci fanno sorridere ce n’è uno che appartiene soprattutto agli educatori: il celebre limoncello preparato da lui stesso e custodito come una tradizione dei campi. Compariva nelle riunioni finali della sera, quando i ragazzi ormai “dormivano” e gli educatori si ritrovavano a condividere fatiche, risate e bilanci della giornata. Anche in quei momenti, in fondo, c’era il suo modo discreto di prendersi cura di noi. Un po’ papà, un po’ nonno, un po’ educatore, sempre un amico. Tra un’estate e l’altra si ricordava di tutti i ragazzi, di ognuno in particolare secondo il suo carattere. Sapeva frenare i più incontenibili e dare attenzione a chi era più timido. Geda ci ha insegnato che si può educare anche senza guidare un gruppo. Lo si può fare attraverso una porta di cucina sempre aperta, un piatto preparato con amore, un ascolto paziente, una presenza fedele. Ha lasciato in tanti di noi il ricordo di una bontà concreta, fatta di gesti semplici e quotidiani. Per questo, pensando ai nostri campi, sarà difficile non pensare anche a lui. A quella cucina piena di voci, al profumo dei suoi manicaretti, alle sue battute, alla sua accoglienza. E a quel modo tutto suo di voler bene alle persone.
Greta Frigerio
A pagina 23 del Settimanale in uscita questa settimana pubblichiamo anche altri ricordi









