Dopo otto anni alla guida della Pastorale Giovanile-Vocazionale della Diocesi di Como, don Pietro Bianchi consegna il testimone a don Lorenzo Pertusini. Un passaggio di responsabilità, ma anche l’occasione per rileggere un cammino fatto di incontri, progetti, viaggi, preghiera e soprattutto volti. Nel suo racconto, don Pietro sceglie immagini semplici e forti: un bastone, i lacci delle scarpe, le chiavi di una porta da aprire. E guarda al futuro con gratitudine, senza bilanci nostalgici, affidando ai giovani e al suo successore il compito di continuare a cercare la strada.

Dopo questi anni alla guida della Pastorale Giovanile-Vocazionale, quale immagine porti con te?
«Nell’ufficio della Pastorale Giovanile c’è un bastone che ha guidato i nostri passi nel cammino da Chiavenna a Tirano e poi fino a Roma. Intorno sono stretti tanti lacci di scarpe, simbolo delle tante preghiere raccolte durante il viaggio. È questa l’immagine che porto con me dopo questi anni di servizio alla Pastorale Giovanile. È stato un viaggio ricchissimo, in buona compagnia. A volte in qualche selva oscura, altre sotto un cielo stellato. Non sono mai mancati gli amici».

Che cosa è cambiato nel mondo dei giovani rispetto a quando hai iniziato questo servizio?
«È cambiato molto. I primi anni del mio servizio abbiamo attraversato la pandemia del Covid, che, insieme al dolore e alla sofferenza per tante persone, ha cambiato abitudini, stili di vita, tempi e modalità di incontro. Abbiamo cercato di leggere i tempi e di rispondere alle sfide di ogni stagione. Non sempre abbiamo letto bene e non sempre abbiamo avuto la forza di rispondere con coraggio e profezia. Sempre, però, abbiamo sentito una forza, un fuoco dentro che non si poteva contenere. Un soffio ci ha sospinti ad annunciare il Vangelo, tenendo conto delle persone, dei volti che Dio ci donava».

Quali sono stati i progetti o le esperienze che ritieni abbiano lasciato un segno nella diocesi?
«Paradossalmente, i progetti e le esperienze che maggiormente hanno lasciato un segno nella diocesi sono quelli che non ho pensato e realizzato io. Li ho visti negli altri. I miei occhi hanno assistito a proposte di evangelizzazione, vita comune, carità e missione realizzate dai giovani, dai giovani preti, dagli educatori, dagli oratori e dalle comunità. Non ho potuto che osservarli con ammirazione e rendere grazie. Dio benedica queste vite gratuite messe a servizio del Vangelo».

Qual è stata la sfida più impegnativa? E quale, invece, la gioia più grande?
«La sfida più impegnativa e, allo stesso tempo, più affascinante è stata vivere ogni singolo incontro. Stare con le persone, lavorare insieme ai miei collaboratori più stretti, con i quali non si è condiviso solo il lavoro, ma la vita. La soddisfazione più grande è stata, durante i diversi viaggi nazionali e internazionali di questi anni, vedere i preti insieme e felici».

Che cosa consegni idealmente al tuo successore?
«Di solito “Pietro” consegna le chiavi. E così farò con don Lorenzo. Le chiavi non servono solo per chiudere, ma soprattutto per aprire. Sono le chiavi di un luogo, che sono persone, volti, in cui ho provato a custodire dei semi. Alcuni piccoli frutti già si vedono, altri sono ancora da amare e chiamare perché aprano la terra per mostrarsi al mondo».

Se dovessi donare una parola ai giovani della diocesi e a don Lorenzo, quale sarebbe?
«Auguro loro il bene. Che cosa questo voglia dire per loro e per questa Chiesa, non lo so. Lo devono trovare loro. Don Lorenzo ha uno spirito allegro e aperto. È una buona partenza. A stare con i giovani – oltre a spaccarsi la testa, dormire poco, vivere nel caos e cambiare programmi continuamente – si impara a conoscere l’eterna giovinezza e freschezza di Dio».