Nella mattina di sabato 10 gennaio una piccola delegazione di cittadini con la rappresentanza dell’Amministrazione comunale di Griante ha commemorato sul pontile i caduti del mitragliamento dei battelli Patria e Bisbino, avvenuto nel 1945. Che cosa accadde quel giorno? Ve lo raccontiamo, grazie al contributo della giornalista Gigliola Foglia.

Un momento della cerimonia di commemorazione

I giornali dell’epoca scrivono genericamente che i due natanti erano in navigazione in Centro Lago, senza specificare la rotta, ma un testimone allora quattordicenne ricorda di aver visto il Patria in arrivo da Bellagio poco dopo le 14.00, esattamente come il giorno precedente (9 gennaio 1945) alla stessa ora quando già c’era stato un passaggio di tre aerei Thunderbolt sulla scia del battello: due velivoli avevano cabrato senza sparare mentre il terzo aveva sparato in acqua e alcuni proiettili avevano sfiorato lo scafo. Un avvertimento, si disse, tanto che i marinai avevano cercato invano di far annullare le corse della Lariana: ma erano stati minacciati di deportazione in Germania se avessero osato interrompere il servizio. Così, il giorno dopo, la tragedia. Dalla vallata sopra Menaggio arrivarono due caccia bombardieri americani che iniziarono a sparare alla vista dei due natanti. Il più piccolo Bisbino (ora ormeggiato davanti a Villa Carlotta) attraccò a Menaggio, si contarono cinque feriti e al posto di comando restò ucciso il comandante Arturo Prevedoni, per il quale fu allestita una camera ardente nella sede della società di navigazione a Como e i funerali si svolsero nella chiesa di Sant’Agostino.
Il Patria si diresse invece al pontile nuovo di Cadenabbia, quasi di fronte alla chiesa anglicana (più a sud erano i pontili ottocenteschi), con un principio di incendio a bordo, mentre al megafono il personale chiedeva soccorsi. “Accorsero medici e sacerdoti” annota sul chronicon parrocchiale di Tremezzo mons. Rocco Invernizzi (lo zio del Beato Olivelli), ma anche semplici cittadini. Le vittime vennero trasportate a terra sulle panche del battello usate come lettighe, una dei primi feriti fu accolta nell’elegante negozio di mode al n. 37 di via Regina (il figlio della proprietaria ancora ricorda il dott. Volpati coperto di sangue che operava con mezzi di fortuna), poi la Cassa di Risparmio aprì la sua sede provvisoria (all’Hotel Britannia) come infermeria. Cinque corpi vennero adagiati nel vicino Santuario di San Giuseppe, ma dei diciassette feriti trasportati all’ospedale di Como con auto private, camion ecc. uno morì il giorno stesso; è possibile però che il totale salisse ancora in seguito, perché mons. Invernizzi annotò il 13 gennaio “E sono morti altri feriti”.
Le vittime furono:
suor Evelina Girola di 42 anni, delle Suore Infermiere dell’Addolorata, che aveva ceduto il posto a una signora di Moltrasio (che si salvò nonostante le ferite, è morta centenaria pochi anni fa); è sepolta nella cappella delle suore di Valduce al Cimitero Monumentale di Como, ma una lapide la ricorda nel cimitero del paese natale, Oltrona San Mamete.
Giuseppina Bianchi di 52 anni, di Bellagio, che alcuni menaggini ancora ricordano come loro maestra elementare.
Adelina Marcionni coniugata Struffi, di Varenna (dove si svolsero le esequie).
Roberto Fioroni di Genova, funerato a Menaggio dove aveva zii e cugini.
Italia Morbelli di 27 anni, “di Milano” secondo i giornali dell’epoca, in realtà originaria di Omegna in Piemonte e domiciliata a Como, operaia in una fabbrica della provincia, mamma di una bimba di cinque anni. L’identità del sesto caduto non è nota.