Padre Carlo Salvadori è un missionario saveriano originario di Parma per molti anni impegnato nell’animazione missionaria in Diocesi di Como. Lo scorso dicembre ha lasciato la casa della congregazione di Tavernerio ed è partito per il Ciad.

Sul tavolo della mia scrivania oltre al caricabatterie e al libro di Arabo ciadiano c’è la foto di don Roberto Malgesini ed il rosario che sua mamma Ida mi ha regalato prima di partire per il Ciad. Il sorriso di don Roberto rischiara la mia stanza.
A Bongor, in Ciad, i missionari saveriani sono presenti dal 1982, quando un dittatore burundese di nome Bagaza, li aveva espulsi dal suo paese. Sono arrivati nel sud del Ciad e da allora sono rimasti annunciando la buona novella, facendo discepoli e cercando di sopravvivere al caldo. Da allora sono passati 44 anni e diversi confratelli generosi, appassionati, innamorati.

Nella mia comunità siamo in tre, Thierry (camerunese), Marco (italiano) ed io. La prassi saveriana prevede per il primo anno solamente lo studio della lingua locale, nel mio caso l’arabo ciadiano. La mia giornata comincia alle 4.30 con la doccia e la preghiera. Alle 5.40 vado in moto a celebrare la Messa. A fine marzo il vescovo di Pala mi ha chiesto di aprire una nuova parrocchia e ho detto sì. L’ arabo soffre un po’ ma così “le pecore senza pastore” della savana al confine col Camerun hanno almeno una messa ogni 15 giorni. Dopo la Messa mattutina ritorno a casa per la colazione con i confratelli e per continuare la giornata.

Qualche mese fa aprendo l’e-mail ho trovato il messaggio di un ragazzo M6 (gruppo missionario di Tavernerio) che mi dice: “Abbiamo partecipato ad un incontro di Quaresima dove il Vescovo Oscar ha annunciato l’apertura del processo di beatificazione di don Roberto Malgesini e ti ho pensato!”. Mi è venuta in mente una testimonianza che risale al 2024. Mi viene segnalato che al pronto soccorso del S. Anna una persona di strada era stata ricoverata per un malore.

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Sono andato all’ospedale ed ho portato con me l’eucarestia, mi sono detto che sarebbe stata una buona occasione per portare il conforto di Cristo. Abbiamo vissuto un momento di preghiera breve ma intenso in corridoio, seduti sulla barella. Prima la confessione e poi la comunione. L’uomo mi confida: “Padre, era da tanti anni che non mi confessavo e non facevo la comunione. L’ultima volta è stato proprio qui e a confessarmi è stato don Roberto”. “Pensa che all’epoca avevo un tumore alla vescica ed è grazie all’insistenza di don Roberto mi hanno operato e mi hanno salvato la vita”.
Non ho avuto l’occasione di conoscere don Roberto ma ho potuto ascoltare tante testimonianze di persone di strada che mi hanno raccontato la loro amicizia con lui. Indirettamente mi hanno indicato la strada per essere prete, amico dei poveri in Cristo.

Qui in Ciad, il lavoro missionario chiede innanzitutto l’umiltà di rinascere in un contesto molto diverso da quello italiano. Il nostro Vicariato (parrocchia) si chiama san Francesco Saverio, è nato il 6 aprile e la prima attività in assoluto è stata la visita alla prigione di Bongor, con i nuovi battezzati di quest’anno. Abbiamo portato sapone, pasta, farina per la polenta e tanta gioia di appartenere a Gesù. I neofiti erano vestiti di bianco e sono entrati ed hanno attraversato il penitenziario cantando.
Nella cappella del carcere non ci sono cattolici, protestanti o avventisti, tutti i cristiani celebrano lo stesso culto.

Mi son permesso di spostare il pulpito che impediva la visibilità ed abbiamo celebrato la Messa. Era la festa dell’Ascensione del Signore. Il Vangelo diceva: “Mi è stato dato ogni potere in cielo ed in terra”. Domando: “Chi è il re dell’universo?” “Gesù”. “E il re del Ciad?”. “Mammat”, cioè il presidente.
Sul tavolo della mia scrivania c’è la lettera che mia mamma mi ha scritto prima di partire. La tengo come una bussola per non perdere la strada.
“Gesù bambino ti benedica, ti conforti, ti guidi e ti aiuti nella tua nuova missione. Ti sono sempre vicina con la mia preghiera…Sii sempre di esempio con la tua carità e la tua gioia che porti nel cuore. Ti abbraccio e sei sempre nel mio cuore. La mamma”.

Siamo all’inizio, tutto è nuovo per me, chiedo al Signore di mantenere questo cuore caldo per l’annuncio di un mondo nuovo, di amore, di giustizia, di condivisione del tanto, troppo che Dio ha donato a questo paese. Sicuramente don Roberto dal cielo ci guarda, ci incoraggia e ci ripete una frase che una volta ha rivolto ad un amico prete: “Tu non sai che gioia dà fare la sua volontà”.
Saluti a tutti, dalla terra del sole e della polvere!