L’esperienza di Leone Zanotti, studente del Liceo Paolo Giovio di Como, che ha vissuto il suo quarto anno scolastico in un contesto nuovo e stimolante

«A Rondine ho imparato a chiedere aiuto. Ho scoperto che la vera forza è anche riconoscere quando non ce la fai da solo». È con queste parole che Leone Zanotti, studente del Liceo Paolo Giovio, racconta l’esperienza intensa e trasformativa vissuta durante il suo quarto anno a Rondine, in Toscana. A diciassette anni, Leone ha scelto infatti di vivere il suo quarto anno di scuola in un contesto nuovo, a contatto con giovani provenienti da tutta Italia e da contesti di guerra.

A Rondine, la scuola diventa un laboratorio di relazione, un luogo in cui si impara ad abitare il conflitto in modo generativo, a costruire ponti e ad allenarsi alla cittadinanza attiva. A pochi giorni dalla chiusura di questa esperienza, abbiamo parlato con Leone, tra emozione, consapevolezza e voglia di continuare a camminare nel mondo con lo sguardo e il cuore allenati alla pace.

Cos’è esattamente il Quarto Anno a Rondine e come nasce questa esperienza?
«Il quarto anno a Rondine è un’esperienza che si svolge presso la Cittadella della Pace, in Toscana. Questo luogo unico nasce negli anni ’90 grazie al sogno e alla visione di Franco Vaccari, psicologo e docente, che insieme a studenti e amici decide di ricostruire un borgo medievale abbandonato durante la Seconda guerra mondiale. Da un’esperienza di diplomazia informale durante il conflitto Russia-Cecenia nasce la provocazione: accogliere giovani in fuga dalla guerra. Vaccari decide allora di ospitare tre ragazzi ceceni e tre russi, convinto che la pace non sia imposta dall’alto ma costruita dal basso, vivendo insieme anche con chi la storia ci ha insegnato a considerare nemico. Così prende vita il progetto internazionale di Rondine, con la World House, studentato internazionale, esteso nel 2015 alla scuola italiana con il Quarto Anno. Un percorso pensato per 30 studenti provenienti da tutta Italia, con un modello educativo innovativo: il Metodo Rondine, riconosciuto oggi dal Ministero dell’Istruzione e del Merito».

Come funziona la didattica?
«La scuola è riconosciuta dal MIM come anno sperimentale: continuiamo a seguire le nostre materie, ma in un contesto innovativo e relazionale. Ogni lezione è pensata per aiutarci a collegare ciò che studiamo con la realtà che viviamo. Lavoriamo molto con strumenti digitali, ma la vera innovazione è nel modo in cui ci viene chiesto di imparare. Le lezioni non sono frontali: ci confrontiamo, facciamo presentazioni, colleghiamo le materie tra loro e con l’attualità, nel contesto di un rapporto educativo che si costruisce su una distanza sana, che non opprime, ma sostiene. Una figura essenziale è il tutor di classe, un educatore, ma soprattutto una presenza costante e discreta. Per l’intero anno ci è stato accanto, come uno scoglio a cui potersi sempre aggrappare. E proprio questo mi ha insegnato tanto: il valore di chiedere aiuto, di non avere paura a condividere anche le fragilità».

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